Giovedi 19 10 2017 - Aggiornato alle 18:10

il_fotografo_lillo_rizzo_in_un_recente_viaggio_di_lavoro_in_peru
Lillo Rizzo Il mondo visto da un fotografo di strada di Debora Randisi - 25/06/2013

Marocco, Nepal, India. In Sud America percorre le strade dell’Argentina, della Bolivia, del Perú, dell’Ecuador. Il fotogiornalista e globetrotter Lillo Rizzo ha davvero tanto da raccontare e stavolta lo fa con le parole, lasciando sul tavolo per un attimo la sua macchina fotografica. Dal primo scatto con una Yashica manuale in un caffè del Marocco nel 1984, al reportage realizzato nel manicomio di Agrigento con Tano Siracusa nel ‘93, alla collaborazione, in giro per l‘Italia e per il mondo, con i principali giornali italiani e anche stranieri. Nato a Racalmuto nel 1960, vive attualmente a Parigi con la sua compagna, dove non smette di scorgere angoli densi di odore di vita, di corpi umani, di storie. La fotografia di Rizzo è "sociale". È sempre specchio dell'esistenza umana e, per questo, spesso esprime l’attimo presente nel suo divenire, e non nella staticità della posa artificiosa. Nella libertà del movimento diviene sfuggevole, non definita e, allo stesso tempo, portatrice di una carica emozionale drammatica, per la natura delle situazioni che descrive. Rizzo ci racconta la sua fotografia e la sua esperienza di vita. Ci rivela poi quel lato di Agrigento che tanto ama e quello che gli suscita più rabbia, lasciandosi scappare qualche amara critica… 

Fotografo, fotoreporter, osservatore della società, intellettuale. Tra fotografia, dunque arte, e giornalismo: lei a quale delle due sente di appartenere, o meglio, sente di tendere maggiormente?Ormai fotografo da molti anni, eppure ancora molte cose non le ho capite, per esempio non so se la foto possa definirsi “artistica”. Posso dire che la mia fotografia nasce dalla curiosità, dalla voglia di scoprire e raccontare una storia. È questo ciò che mi interessa, la globalità del reportage, e non della singola foto, che con difficoltà potrei definire “bella”, soprattutto perché mi interesso di reportage sociale. Cerco dunque di raccontare storie e questioni sociali, situazioni di persone che non hanno “parola”, che vivono ai margini. La fotografia è, prima di tutto, un modo per conoscere e raccontare storie e persone. Per questo faccio fotogiornalismo. Io mi sento un fotografo di strada, “un cane sciolto”: ho bisogno di andare da solo, fermarmi un’ora a un incrocio, parlare, perdere tempo. A volte aspetti e non succede niente; a volte aspetti e, oltre alla luce per cui ti sei fermato, s’innesca anche il resto… Tra i motivi poi che mi portano a muovermi in questo ambito c'è la speranza di riuscire a smuovere la coscienza di qualcuno attraverso le foto. Questa sarebbe già una gratificazione. 

Una foto di cronaca dunque non può farsi, secondo lei, foto artistica?Non credo che esista un momento in cui la foto diventi arte. Esistono delle foto-icone, per esempio il famoso “Bacio” di Robert Doisneau o quella scattata da Albert Korda a Che Guevara, o la foto di Steve McCurry a Sharbat Gula, la ragazza afghana dagli occhi verdi nel campo profughi di Nasir Bagh. Nella nostra memoria di italiani, invece, sono le due polaroid di Aldo Moro sequestrato dalle Br nel 1978. Gli esempi che si possono fare sono migliaia… 

La definizione di fotografia per Lillo Rizzo.Per me è “scrittura con la luce”, proprio come indica l’etimologia del parola stessa. La fotografia è poi quella scintilla che m’incastra in un luogo e mi obbliga a scattare finché non sono contento. Oppure, incontro una persona, cerco di fare delle foto e non funziona, allora mi dico: “Seguilo, sali con lui sulla metro, sul treno, e aspetta che la foto ti scelga”, e magari poi sento qualcosa che mi dice di scattare. Per me è importante che la macchina fotografica venga vissuta come un prolungamento del proprio corpo: di solito giro con un solo corpo macchina e una sola ottica. 

Torniamo un attimo indietro, alla definizione di bellezza, riferita al concetto di immagine in sè e non al soggetto che questa ritrae...La definizione di bellezza credo che sia un fatto relativo, dipende a cosa ci si riferisce, se parliamo delle foto di Richard Avedon o Helmut Newton indubbiamente sono delle foto di rara bellezza. Ma la foto che a me interessa, come ho detto prima, è la foto sociale dove raccontare la miseria, la povertà, i conflitti sociali; non so se le si può attribuire il concetto di bellezza. Mi ricordo, per esempio, il mio primo vero reportage: ero ad Agrigento, assieme a un altro fotografo, Tano Siracusa, con cui effettuai un lavoro durato più di sei mesi all’interno dell’ospedale psichiatrico documentando non solo il disagio mentale, ma principalmente lo stato di abbandono in cui si trovavano i pazienti. È stato sconvolgente vedere i ricoverati che gironzolavano nudi in spazi enormi o che stavano in mezzo all’urina e le feci, quel cattivo odore che le foto non ti trasmettono. Queste foto di certo non possono essere definite belle. Sono un pugno nello stomaco che documentano e denunciano una realtà drammatica. E non credo che quelle fossero immagini che esprimevano il concetto di “bellezza”. 

In che modo l'avvento del digitale ha cambiato la fotografia, la sua fotografia?Personalmente utilizzo il digitale solamente per una questione di velocità quando lavoro per i giornali, per motivi di praticità. Cerco di utilizzare il meno possibile Photoshop, proprio l’indispensabile, o altri software come “Hdr”. E inoltre cerco di impormi delle regole quando scatto con il digitale, tipo, di pensare che stia scattando in analogico. Penso che dentro la macchina c’è una pellicola da 36 pose e quindi mi impongo di non scattare lunghe sequenze, il che mi costringe a prestare più attenzione ai soggetti e alle situazioni da fotografare. Cerco di non utilizzare gli automatismi che il digitale offre e di impostare un minimo di manualità: priorità di tempi o di diaframma. Ma per la realizzazione di progetti personali senza nessuna committenza, allora il discorso cambia: fotografo rigorosamente in pellicola con una Leica m6 e un obiettivo 35 mm e come secondo corpo una Contax G1 con un 45mm. Naturalmente, ho anche al seguito una digitale Fuji x100s che cerco di usare il meno possibile. 

Moltissime sue fotografie sono in bianco e nero. Il colore si annulla, per fare largo alla luce. Che ruolo gioca il chiaro-scuro, il bianco e nero?Senza dubbio nella ricerca personale preferisco il bianco e nero. Questo perché ci costringe a una maggiore profondità di sintesi, ci porta a un’analisi più attenta dell’immagine, è quindi più critico. Le gradazioni del grigio creano quell’atmosfera espressiva, che permette di conseguenza di valutare la particolare profondità dei piani, esaltando così l’acquisizione visiva, e dunque, generando quella emozionale. Mi ricordo soprattutto in due viaggi, uno in India e l’altro in Nepal, che sono posti coloratissimi, come sia stato difficile fotografare in bianco e nero perché si è distratti dal colore. Bisogna ragionare sulla luce. Ma la cosa interessante del bianco e nero, per quanto mi riguarda, è seguire tutto il processo, non solamente lo scatto, che è la cosa principale, ma anche la stampa della foto. È il piacere, quando si torna da un lungo viaggio, pieno di rulli, di chiudersi in camera oscura, di subirne il fascino. 

L’India, il Nepal, e poi anche il Marocco. Dal 2004 al 2005 l’America Latina. L’obiettivo della sua fotocamera si riempie di storie, strade, vite di una realtà tutta da raccontare, una realtà diversa da quella occidentale. Chi o cosa la porta dall'altra parte del mondo?Vivere in Sud America è stata una delle esperienze più intense della mia vita. Quel viaggio nacque casualmente devo dire. In quel periodo lavoravo per l’agenzia "Emblema" a Milano, contemporaneamente la mia compagna, Gimena (una bella ragazza argentina, con doppio passaporto e laurea in filosofia a Bologna con 110 e lode, ndr), vinse una borsa di studio per un anno in Perù. Al che decido di seguirla in quest’avventura, cercando di far coincidere il più possibile il suo lavoro con il mio di fotografo. Anche lì sarà la curiosità a guidarmi: in Perù ad esempio avevo letto una notizia breve un quotidiano riguardo il ritrovamento di una fossa comune risalente al periodo di “Sendero Luminoso”. Vado così a Ayacucho, e realizzo un servizio sulle vittime della violenza politica, attraverso una serie di ritratti ai parenti delle vittime. Non è stato semplicemente fare delle foto. Ma un’esperienza umanamente emozionante, mi veniva la pelle d’oca a sentire le storie drammatiche e dolorose che queste persone mi raccontavano. Mi hanno fatto capire cosa siano il dolore e la sofferenza. Un’altra volta ancora, stavolta tra la Bolivia e l’Argentina, trovo un articolo sui “paseros” o “uomini mulo”, quasi quattromila persone, tra cui donne, bambini e anziani che lavorano portando addosso sacchi di 70 chili, a volte anche due, da una frontiera all’altra per un dollaro al giorno; persone sfruttate che lavorano 12 ore al giorno senza alcun diritto. Tutto questo, per me, è stato sconvolgente. Mi sembrava un girone infernale. Sono stato lì una settimana a cercare di capire perché tutto ciò possa accadere, persone che sfruttano i propri simili... 

Chissà quanti momenti memorabili le ha regalato l'incontro con la cultura sudamericana…Tra il 2009 e il 2011 sono ritornato in Perù, questa volta Gimena, che si occupa di studi sulle Ande, doveva fare una ricerca nelle comunità tra i 3000 e i 5000 metri. Questo viaggio mi ha portato a scoprire un’America Latina diversa, a vivere nelle comunità tra campesinos ed a presenziare dei rituali andini. Questo comportava il fatto di essere accettati da loro, anche grazie al poter comunicare, tramite lei, nella loro lingua, il quechua. Lì ho scoperto l’umanità di questo popolo, nel loro modo di vivere la quotidianità. Si è coinvolti dai loro rituali religiosi. Da quest’esperienza è nato il progetto di un libro, "Sagrado Perù". A Cusco, durante il primo viaggio, avevo conosciuto il lavoro di Martin Chambi, fotografo peruviano, e ho seguito un po’ il suo percorso. Ho fotografato diverse feste, come quella dell’acqua, la YakuRaymi, in provincia di Lucanas, nel sud del Perù, e quella di San Isidro Labrador, tutte legate alla terra e al ciclo agricolo. Questo progetto mi ha portato a una delle feste più incredibili, il pellegrinaggio di Qoyllur’iti, forse una delle cose più interessanti che abbia mai visto. Tranne gli studiosi di questa festa, raramente arrivano i turisti stranieri, i gringos. Si parte da 4200 metri e si percorrono 8 chilometri per arrivare sotto un ghiacciaio sacro, dove si radunano più di 50 mila persone provenienti da più posti. Si forma un accampamento con tende e con mezzi di fortuna dove la temperatura arriva a -10°C. Si respira grande ritualità. Per cinque giorni si è immersi nelle musiche, nelle danze e in uno scoppio di colori derivato dai loro costumi tradizionali. 

E cosa l'ha condotta a Parigi, dove tuttora vive?Sempre gli studi della mia compagna. La Parigi che amo vivere è insolita, "deborda" da quella turistica. E' la Parigi di Pennac, quindi di Belleville, mi piace passeggiare e girare per le viuzze dove si respira un’aria a me familiare, quella del Maghreb. Belleville è abitata da nordafricani, un posto pieno di locali tipici marocchini, tunisini, ed è molto suggestivo sentire gli odori intensi che vanno dal thè, alla menta, al fumo dei narghilè nei bar. Vivo proprio a 15 minuti a piedi da Belleville, ma nel mio quartiere si sentono già altri odori, che vanno dal centro-Africa, dalla gente di colore, che veste i propri costumi tradizionali, all’India: basta girare un angolo, che ci si ritrova nel quartiere indiano, pieno di ristoranti e negozi variopinti di tessuti e carichi di altri odori. Un altro posto per me eccezionale è Barbés, e, vicino, Chateu-Rouge, dove si cambia atmosfera. Un angolo, qui, che mi affascina moltissimo, è il suo mercato, che sembra il mercato della Vucciria di Palermo, solo che questo è un mercato sudafricano. Racconto questo perché sto cercando di documentare questa realtà multietnica che coinvolge e integra più realtà diverse anche con le loro feste, dal Ramadan alla dea Ganesh. 

Torniamo adesso a “casa”, ad Agrigento. Se ho colto bene osservando alcuni suoi lavori, lei è affascinato dalla cultura popolare agrigentina, in particolar modo da quella religiosa e folkloristica. Cosa significano per lei i momenti di queste tradizioni secolari?Sono affascinato soprattutto dalle feste religiose siciliane, che sono state le prime cose che ho iniziato a fotografare. La cosa che m’interessava non era tanto l’aspetto folkloristico, ma il sentimento di coinvolgimento emotivo delle persone. Credo che questo sentimento adesso vada scomparendo, facendo posto al folklore. Una festa a cui sono molto legato, naturalmente, è quella di San Calò, del Santo Nero, ad Agrigento, fotografata per molti anni. 

Cosa rappresenta per lei la festa di San Calò?Questa festa per me rappresenta il riscatto del popolo e dei devoti agrigentini. Per un giorno si appropriano non semplicemente del santo, ma anche della città. E’ una festa che coinvolge e dà molte emozioni e si vive con molta devozione. Dopo la festa, Agrigento ritorna nella sua quotidianità fatta di apatia. Ho visto un po’ la sua trasformazione quando, a un certo punto, c’è stato un prete, credo, che ha cercato di “addomesticare” la festa, per renderla più “religiosa”, vietando il lancio del pane o mettendo i preti la mattina a guidare la processione. Per fortuna però non è stata “addomesticata” del tutto. 

Quale elemento deve contenere una fotografia che vuole raccontare Agrigento?Molto semplice: i famosi tolli. E’ un centro storico che continua a cadere a pezzi e nulla si fa per ricostruirlo e ridargli vitalità. Quel che mi fa più male è vedere l’abbandono di questo centro, un centro storico che potrebbe essere uno splendore: la cattedrale sta franando, piano piano scivola verso valle; Palazzo Lo Iacono, uno dei palazzi storici, è crollato. E sentire dire alla Rai da un tecnico comunale che il crollo del palazzo è dovuto al “vento inusuale”… Io dico, invece, che è inusuale che un dirigente che fa queste dichiarazioni continui a mantenere il suo posto al Comune. Non si può permettere di prendere in giro un'intera comunità. Una piccola perla in mezzo a questo oceano di disastri esiste, ed è il “Funduk”, un vecchio tugurio ora adibito a centro culturale in pieno centro storico, vicino a Santa Maria dei Greci, e punto di riferimento culturale in pieno fermento. Tutto questo grazie a una mia amica, Giovanna Lombardo, che è riuscita a coinvolgere un gruppo di agrigentini che hanno deciso di impegnarsi per cambiare le sorti di questa città in agonia. 

Una curiosità: ma qual è il trucco per rimanere discreti con l’obiettivo della fotocamera tra le mani? Le foto non sono in qualche modo attimi, espressioni, visi … momenti, insomma, rubati?Devo ammettere che impugnare una macchina fotografica è come impugnare un’arma. E’ un oggetto molto invadente. Non credo ai trucchi, basta essere molto discreti, soprattutto usare delle piccole camere.  Essere molto rispettosi di fronte a quello che si vuole fotografare. Ma non sono attimi rubati, cerco di fermare semplicemente un momento del tempo.

SCRIVI UN COMMENTO A QUESTO ARTICOLO

ARTICOLI CORRELATI

Sagrado Perù
L'arte di Lillo Rizzo FOTO

scrivi alla redazione